Feeds:
Posts
Comments

tratto da il Levante

“Sono felice di essere tornato a casa” – con queste parole Ai Weiwei (艾未未) riferisce al Guardian sulle sue condizioni – “ma non posso rilasciare interviste, questa è la condizione pattuita per il mio rilascio”. Noto in tutto il mondo per le sue opere dissacratorie e per il suo essere sempre sopra le righe, l’artista cinese Ai Weiwei dopo 81 giorni di detenzione resta in silenzio. E’ stato rilasciato ma per un anno non sarà libero di rilasciare interviste, viaggiare all’estero e usare Twitter. E’ l’Agenzia di stampa governativa Xinhua a dare la notizia del suo rilascio su cauzione avvenuto lo scorso 22 giugno per “buona condotta” e “per aver confessato i suoi crimini” . Il suo status giuridico attuale è definito in cinese con l’espressione Qubao houshen (取保候审) che secondo il professore universitario Jerome A.Cohen, esperto di diritto cinese, letteralmente vuol dire in custodia in attesa del processo. “Qubao houshen è una tecnica che le autorità di sicurezza pubblica a volte usano come salva-faccia per porre fine a casi controversi. Spesso in questi casi si raggiunge un compromesso con l’imputato, come molto probabilmente è successo ad Ai Weiwei. Ovviamente ascolteremo ciò che Ai Weiwei avrà da dire sul suo rilascio.” – così il professor Cohen spiega sul sito US Asia Law la condizione giuridica attuale dell’artista. L’arresto di Ai Weiwei lo scorso 3 aprile aveva generato critiche e mobilitazione da parte della comunità internazionale per cui l’accusa di crimini economici era solo un pretesto del governo per soffocare il suo dissenso. “La decisione del governo cinese di arrestare Ai Weiwei era politica ed è lo stesso per il suo rilascio” –afferma Sophie Richardson, direttore a difesa dell’Asia Human Rights Watch, aggiungendo- “per gli attivisti cinesi la prigione è solo uno dei modi nei quali si può perdere la libertà. Spesso dopo il loro rilascio li attendono gli arresti domiciliari, restrizioni dei movimenti e scomparse forzate”. Ai Weiwei non potrà più parlare e criticare in quel modo irriverente che lo ha reso famoso, non potrà usare Twitter e Facebook, non potrà partecipare a meetings né ad esibizioni di arte per colpire criticamente le autorità di Pechino. Le limitazioni reali e digitali alla sua libertà sono tante e non fanno che confermare la tesi degli analisti: la liberazione di Ai Weiwei non è il risultato di una cambiamento delle autorità cinese che da febbraio hanno imbavagliato più di 130 tra attivisti e avvocati. Ai Weiwei infatti è stato rilasciato ad un giorno dalla fine del viaggio del premier Wen Jiabao in Germania e Francia, i due paesi che hanno criticato l’arresto dell’artista.

Grazia Di Leo

tratto da il Levante

Dopo aver innescato le più grandi proteste degli ultimi 20 anni in Mongolia Interna, la morte del pastore mongolo Mergen, investito e trascinato per 150 metri lo scorso 10 maggio da un camion che trasportava carbone guidato da un cinese di etnia han, fa ancora discutere. Oggetto in questione è questa volta la sentenza di condanna a morte emessa l’8 giugno dal tribunale popolare di Xilingol dopo appena sei ore di processo.

Il giorno dell’incidente Mergen stava protestando insieme ad altri pastori contro “inquinamento e rumore” dovuti alla costruzione di una miniera di carbone  quando il camion guidato da Li Lindong, che per accorciare la strada ha attraversato terreni destinati al pascolo, lo ha deliberatamente investito.
 

Inquinamento e massiccia immigrazione di cinesi di etnia han sono da  tempo motivo di preoccupazione per i 4 milioni di cittadini Mongoli che di fronte alla morte del pastore Mergen, considerata come un sopruso dello stato cinese, è sfociata in proteste che hanno coinvolto migliaia di cittadini e studenti portando le autorità cinesi a dichiarare la Legge Marziale dal 27 maggio e a “scendere in campo per la risoluzione delle proteste in Mongolia Interna cercando di trovare un compromesso tra la difesa dell’ambiente e lo sviluppo economico” –come ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri Jiang Yu.

 

Lo scontento popolare era già diffuso da alcuni mesi, quando il governo di Pechino ha annunciato i nuovi progetti per lo sfruttamento del carbone di cui la regione è ricca. La Mongolia Interna rappresenta infatti un’area fondamentale per l’approvigionamento energetico della Repubblica Popolare Cinese, è sede dei principali impianti eolici e fotovoltaici del paese.

 

Enghebatu Togochog, direttore dell’ufficio informazioni per i diritti umani nella Mongolia meridionale, ha affermato che “si tratta delle più grandi proteste  dal 1991”- aggiungendo che “ i conflitti tra pastori e minatori sono aumentati da quando le autorità hanno aperto diverse miniere nella prateria con l’obiettivo di fare della Mongolia Interna l’hub energetico del paese”.

di

Grazia Di Leo

tratto da il Levante

Cosa possono fare più di mettermi al bando, rapirmi o imprigionarmi? Potrebbero forse costruire la mia sparizione nell’aria ma non hanno creatività o immaginazione” – scriveva Ai Weiwei nel 2009 sul suo blog, prima che il governo lo censurasse nei giorni in cui l’artista si occupava di un’indagine sulle cause del crollo delle scuole durante il terremoto del Sichuan  nel 2008; quel devastante terremoto, le cui indagini sono coperte dal segreto di stato e le cui vittime, tutti studenti, ammontano a 5000.

Architetto, intellettuale, blogger e attivista politico, Ai Weiwei, 53 anni, è stato fermato  il 3 aprile scorso dalla polizia all’aeroporto di Pechino. Il suo studio, situato nel distretto artistico di Caochangdi di Pechino è stato perquisito ed otto dei suoi collaboratori sono stati fermati e poi rilasciati. Da quel 3 aprile non si hanno più sue notizie.
 

Il suo arresto è parte di un’attività di repressione del dissenso innescata dalla Rivoluzione dei Gelsomini, il movimento di rivolta nordafricano che in Cina ha ispirato manifestazioni non violente con il lancio simbolico di gelsomini che da febbraio ha portato all’arresto, sequestro e perquisizione di più di 100 persone.

 

Tra le opere più sorprendenti di Ai Weiwei, l’artista cinese più famoso a livello internazionale, il design dello stadio di Pechino “Il Nido” per le Olimpiadi 2008 e la realizzazione di una minuziosa indagine sul terremoto del 2008 nel Sichuan.

 

La vicenda di Ai Weiwei ha subito suscitato la preoccupazione internazionale sin dalle prime settimane del suo arresto. La vicenda è stata trattata dai maggiori quotidiani internazionali e diverse sono state le richieste di spiegazioni e rilascio da parte di Germania, Francia, Stati Uniti ed Unione Europea. L’approccio dell’Italia alla vicenda è stato diverso, il governo non si è pronunciato in merito e la stampa Italiana  soltanto nelle ultime settimane ha dedicato spazio al caso di Ai Weiwei con un appello lanciato  in rete dal blog Disambiguando, che il 20 aprile scorso prendendo spunto da un articolo di Sara Giannini su Roar Magazine, si chiedeva perché soltanto in Italia  non vi fosse stata mobilitazione per Ai Weiwei. L’Associazione Pulitzer infine ha accolto l’appello attirando l’attenzione  di  giornali e blog.

 

Le iniziative per chiederne il rilascio immediato non sono mancate. Il Tate Modern Museum di Londra ha esposto sulla facciata del suo edificio la scritta a caratteri cubitali “Release Ai Weiwei”, i direttori di alcune importanti istituzioni museali mondiali hanno chiesto che l’artista fosse liberato attraverso la campagna “Call for the Release of Ai Weiwei”, appello che in Italia non ha avuto seguito nel mondo artistico e culturale.

 

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di Ai Weiwei e della sua società Beijing Fake Cultural Development Ltd. , cui la polizia contesta l’accusa  di aver evaso un’ ”ingente quantità” di tasse ed aver distrutto importanti documenti contabili. Secondo l’Agenzia di stampa Xinhua la ragione per cui la polizia ha cominciato ad indagare sulla società  sarebbe da attribuire a sospetti “crimini economici”, ragione non  condivisa dalla famiglia e dagli amici dell’artista e dissidente  cinese.

 

Io non andrò via da qui a meno che non dovessi avere altra scelta. Appartengo a questo paese e non c’è nessuna ragione per cui io vada via.”- Ai Weiwei in una delle sue ultime interviste.

 

Da quel 3 aprile  sono trascorsi 54 giorni e ancora non si hanno notizie dell’artista cinese più famoso al mondo che ha rivendicato la libertà di espressione in tutte le sue forme.

Grazia Di Leo

 

tratto da il Levante

Tempi duri per un quarto della popolazione cinese. Dopo il primo vano tentativo effettuato un anno fa a Shanghai, entra in vigore dal 1° maggio una nuova norma sul divieto di fumo nei luoghi pubblici al chiuso.

La norma, emessa dal Ministero della Salute, vieta di fumare negli hotels, ristoranti, teatri e sale d’attesa di stazioni e aeroporti;  la maggior parte dei luoghi di lavoro invece non rientrano in questo elenco. I datori di lavoro avranno soltanto l’obbligo di informare lo staff  circa i pericoli del fumo ma non di proibire di accendersi una sigaretta alla scrivania.
 

In molti sono scettici di fronte  a queste nuove regole che non prevedono sanzioni per i trasgressori. Le nuove norme infatti non specificano nessuna multa per i fumatori che infrangono il divieto e per i padroni dei locali  che permettono ai clienti  di infrangerlo.

 

Il governo cinese avrebbe dovuto introdurre questa misura a gennaio, in base ad un impegno preso diversi anni fa quando ha firmato la convenzione sul controllo del tabacco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità(Oms). Fu proprio l’Oms a lanciare l’allarme che stima 1 milione di morti in Cina ogni anno per patologie legate al fumo e prevede che entro il 2030 i morti triplicheranno. Il fumo sarà la causa di morte principale e il numero di decessi supererà quello dei morti per Aids, Tubercolosi, incidenti stradali e suicidi.

 

In un paese in cui la metà degli uomini fuma e dove è comune tra le persone accendersi una sigaretta nelle sale d’attesa degli ospedali, si ha la sensazione che queste misure difficilmente saranno digerite dai 300 milioni di connazionali con il vizio del fumo ed avranno scarsi risultati.

 

Non bisogna inoltre dimenticare che il 7% di tutte le entrate fiscali di Pechino deriva dalle imposte sui prodotti da fumo. In Cina, primo paese produttore mondiale di tabacco, l’attività è interamente soggetta al monopolio statale.

Grazia Di Leo

tratto da il Levante

Si è concluso il dialogo sui diritti umani tenutosi a Pechino il 27 e 28 aprile tra la delegazione americana guidata da M.Posner e quella cinese guidata da Chen Xu, dirigente del Ministero degli Esteri cinese. “In Cina si è verificato un grave regresso dei diritti umani”- è quanto ha dichiarato l’assistente Segretario di Stato americano Michael H. Posner in conferenza stampa presso l’ambasciata americana a Pechino dove ha parlato anche di “divergenze profonde” tra Cina ed U.S.A. per quanto concerne i diritti umani e espresso al contempo ottimismo per il futuro dei diritti umani in Cina.

Posner si è detto insoddisfatto delle risposte poco concrete date dai rappresentanti cinesi agli interrogativi americani circa le condizioni degli attivisti attualmente detenuti e consapevole del fatto che le divergenze tra i due paesi sono maggiori sebbene i dialoghi si siano svolti con “toni di rispetto, non c’è dubbio che l’atmosfera è diversa perché i fatti sono diversi”. Ha inoltre dichiarato di aver sollevato la questione di alto profilo dell’artista detenuto Ai Weiwei senza ottenere risposte soddisfacenti. Ai weiwei è uno degli artisti più eminenti in Cina, arrestato il 3 aprile all’aereoporto di Beijing prima che si imbarcasse su un volo per Hong Kong. Ai Weiwei è l’attivista di più alto profilo vittima del giro di vite del governo cinese in cui decine di bloggers e avvocati dei diritti umani sono stati portati via. Questi severi provvedimenti molto probabilmente nascono dal timore che gli attivisti in Cina possano dar vita ad una “rivoluzione dei gelsomini” simile a quella avuta luogo in Medio Oriente ed in Nord Africa.

Particolare preoccupazione è stata espressa anche per gli avvocati Chen Guangcheng e Teng Biao, arrestato lo scorso 19 febbraio e liberato meno di 24 ore fa, il giorno successivo alla conclusione dei dialoghi sino-statunitensi sui diritti umani. Teng Biao , attivista e avvocato, è anche uno dei firmatari originali di Carta 08, il manifesto pro-democrazia che ha portato all’arresto di Liu Xiaobo, uno degli autori. “Non c’è preoccupazione per le persone sottoposte a processi legali. Ma la cosa più allarmante è quando le persone semplicemente scompaiono”- ha sostenuto l’assistente Segretario di Stato Posner nel secondo ed ultimo giorno di dialoghi sui diritti umani a Beijing in cui si è detto preoccupato per l’avvocato Gao Zhisheng, di cui non si hanno più notizie da un anno e Liu Xia, moglie del Nobel per la Pace Liu Xiaobo. La questione degli attivisti e dei dissidenti non è stata la sola ad essere stata sollevata. L’inviato statunitense Posner ha toccato anche questioni delicate quali il trattamento dei giornalisti e dei bloggers e la situazione dei tibetani e degli uiguri preannunciando che il tema dei diritti umani sarà in agenda il prossimo mese nell’ambito del dialogo economico- strategico che si terrà a Washington.

Da parte cinese Il dialogo sui diritti umani è stato considerato uno scambio approfondito su questioni di interesse reciproco, stando alle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri Cinese Hong Lei, il quale ha infine aggiunto- “allo stesso tempo noi ci opponiamo agli Stati Uniti che usano i diritti umani come strumento per interferire negli affari interni”.

Grazia Di Leo

 

tratto da il Levante

di

Grazia Di Leo

 

“Jaysu!Jaysu!Jaysu!”, grazie è il grido di speranza dei birmani il giorno della liberazione di Suu Kyi davanti alla casa del lago.

“Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c’è motivo di scoraggiarsi. Dobbiamo camminare assieme.” Nel suo primo discorso da donna libera, rivolgendosi a 40.00 persone accorse da tutto il Myanmar davanti alla sede della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi ha pronunciato parole dal valore universale:”non credo che l’influenza e l’autorità di una sola persona possano far progredire un paese: dovete tutti impegnarvi per difendere ciò che è giusto”.

 

(Non) Sorprende quando dichiara di non serbare “alcun rancore” verso coloro che l’hanno tenuta prigioniera. Nonostante sia stata costretta a vivere lontana dai suoi figli e da suo marito mentre moriva di cancro, non trapelano parole di rabbia dalla sua bocca ma lezioni di speranza e tenacia per una “riconciliazione nazionale” per la quale sarebbe disposta ad incontrare i generali della giunta militare che guida il paese.

La liberazione della leader dell’opposizione birmana è avvenuta una settimana dopo le elezioni del 7 novembre svoltesi in un clima antidemocratico, elezioni che secondo molti birmani “non produrranno nessun vero cambiamento”. Di fatti se il calvario degli arresti domiciliari per Aung San Suu Kyi è finito, la democrazia è ancora lontana dal paese delle pagode.

Le elezioni del 7 novembre scorso sono state orchestrate con l’obiettivo di legittimare l’egemonia militare in Myanmar. Basti pensare che il voto è stato gestito dagli stessi membri della giunta che alle elezioni del 1990 hanno ignorato la vittoria schiacciante della Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi.

Pronta a dare il massimo per migliorare il tenore di vita del suo paese Suu Kyi ha detto che accetterà il controllo del popolo perchè “si ha democrazia quando il popolo può controllare l’operato del governo”, aggiungendo di aver bisogno dell’energia del popolo e di voler ascoltare la voce del popolo per poi decidere “insieme” cosa fare.

La notizia della liberazione della Lady birmana è stata accolta in tutto il mondo con entusiasmo ma anche con riserve.

Il premio Nobel per la pace 2003, l’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, ha dichiarato che”le le elezioni in Birmania non sono state libere. C’è ancora tanta strada da fare. Ma con Aung libera la Birmania può farcela”.

Dello stesso avviso è Zoya Phan, coordinatrice internazionale di Burma Campaign Uk : “la liberazione di Aung è stata studiata per avere una pubblicità favorevole per la dittatura dopo la palese manipolazione delle elezioni del 7 novembre. Non dobbiamo dimenticarci delle migliaia di prigionieri politici che sono ancora detenuti nelle prigioni birmane”.

“Mi sento elettrizzato”- ha dichiarato il cantante degli U2, Bono , da anni sostenitore di Suu Kyi, per la quale scrisse il brano Walk on- “questo può essere l’inizio di una qualche discussione razionale, allo stesso tempo è anche una gioia cauta perché adesso che è all’esterno è anche più vulnerabile. Aung San Suu Kyi è una sorta di Mandela dei nostri giorni” – in un’intervista alla CNN, il leader della band irlandese ha aggiunto “capiremo se i membri della giunta hanno intenzioni serie quando rilasceranno gli altri 2.202 prigionieri a cui è stata negata una vita normale per avere commesso il solo crimine di voler credere in un risultato elettorale”.

Non sbaglia Bono a parlare di gioia “cauta” perché la liberazione di Suu Kyi non deve far pensare ad una svolta democratica, come lei stessa ha voluto subito chiarire:”se il mio popolo non è libero, come potete dire che io sono libera? Nessuno di noi è libero.”

“Jaysu!Jaysu!Jaysu!” Suu Kyi.

di

Grazia Di Leo

Per l’ultima data del “360° tour“ in Europa, 8 ottobre 2010 allo Stadio Olimpico di Roma, ad aprire la serata sono stati gli Interpol, band indie rock statunitense, con l’entusiasmante compito di scaldare gli animi.

Attendere l’apertura dei cancelli per più di 4 ore al sole schiacciati come sardine e correre all’impazzata per raggiungere il posto più vicino al palco è solo il preludio di un concerto “Magnificent”. Una volta entrati all’Olimpico il colpo d’occhio è grandioso, alla vista del solo palco la stanchezza svanisce. Ribattezzato da Bono Vox “The Claw”  -l’Artiglio-  il palco mastodontico,  dotato di ponti rotanti, delimitato da 4 giganteschi artigli che sorreggono un megaschermo cilindrico di 54 tonnellate e 500mila pixel è ispirato alla Sagrada famiglia di Gaudì. L’impatto visivo è straordinario ma il resto è un sogno, è la musica a regnare sovrana!

Dopo il countdown sulle note di “Space Oddity” di David Bowie, l’ingresso epico degli U2 manda i fan in delirio. Con “Beautiful Day”  lo spettacolo ha inizio, a seguire “I Will Follow” da Boy, due pezzi dall’ultimo album No line on the horizon, “Get on your boots” e “Magnificent”, “Mysterious Way” e  “Until the end of the world” da Achtung baby.

“Noi ci siamo innamorati di Roma e Roma si è innamorata di noi”… con queste parole Bono ricorda l’esordio della band irlandese nella capitale  allo stadio Flaminio nel 1987.

Bad, uno dei pezzi cult dei quattro irlandesi e la coreografia organizzata da U2place sulle note di I still haven’t found what I’m looking for, la bandiera italiana e quella irlandese e la scritta One rosso su bianco, ha emozionato i quattro ragazzi di Dublino e reso il concerto indimenticabile.

Uno spettacolo che, seppur organizzato nei minimi dettagli, ha lasciato un margine di libertà alla band che ha proposto frammenti di cover quali “Get up stand up” di Bob Marley, “Relax” dei Frankie Goes to Hollywood e “Anthem” di Leonard Choen.

Non è mancato l’impegno sociale con MLK, ideata per Martin Luther King, legata a “Walk on “e “You’ll never walk alone” dedicata al premio Nobel Aung San Suu Kyi e Sunday bloody Sunday, con la quale ha reso omaggio a Roberto Saviano e all’ onda verde di Theran che lotta contro il regime di Ahmadinejad. A seguire l’intramontabile “One”, preceduta dal video dell’arcivescovo africano Desmond Tutu, l’inno “Amazing Grace” e “Where the streets have no name” , un secondo bis su “Hold me, thrill me, kiss me, kill me” e “With or without you.

Finale magico sulle note di “Moment of Surrender.”

Il tour riprenderà il prossimo 25 novembre ad Auckland, in Nuova Zelanda e resterà in Oceania fino al 19 dicembre per poi concludersi in America con 18 tappe dal 14 maggio al 23 luglio 2011. Un tour destinato a rimanere nella storia.

Setlist

  1. Space Oddity (intro) /Return of the stingray guitar
  2. Beautiful Day
  3. I Will Follow
  4. Get on your Boots
  5. Magnificent
  6. Mysterious Way
  7. Elevation
  8. Until the End of the World/Anthem (snippet)
  9. I still haven’t found what I’m looking for
  10. Bad/All I want is you (snippet)
  11. Mercy
  12. In a little While
  13. Miss Sarajevo
  14. City of Blinding Lights
  15. Vertigo/Teenage Kicks (snippet)
  16. Relax (snippet)/Crazy tonight (remix)/Two tribes (snippet)
  17. Sunday Bloody Sunday/Get up stand up (snippet)
  18. MLK
  19. Walk on/You’ll never walk alone (snippet)
  20. One
  21. Amazing Grace (snippet)/Where the Streets have no name
  22. Hold me, Thrill me, Kiss me, Kill me
  23. With or Without you
  24. Moment of Surrender

 

di

Grazia Di Leo

Chiusi i seggi in Myanmar per le elezioni indette dalla Giunta Militare al potere dal 1968; sono le prime elezioni da 20 anni a questa parte, da quando nel 1990 le consultazioni videro il trionfo della Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd), il partito di Aung San Suu Kyi che non fu autorizzata a prendere il potere a causa dell’opposizione dei militari. Se alle ultime elezioni del 1990 l’80% della popolazione si recò alle urne, il 7 novembre scorso invece l’affluenza è stata scarsa.

Quelle di domenica sono state giudicate elezioni-farsa da molti osservatori occidentali perchè il 25% dei seggi è stato riservato ai generali, per l’assenza di osservatori internazionali e infine per il boicottaggio di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana. “Le elezioni di oggi in Myanmar non sono né libere né giuste” –lo ha dichiarato il presidente americano Barack Obama da Mumbai aggiungendo che – “da troppo tempo il popolo birmano si vede negare il diritto di decidere del proprio destino”.

Il Presidente americano, proseguendo il suo viaggio in India, da New Delhi ha ribadito in un comunicato l’appello alle autorità affinchè “liberino immediatamente e senza condizioni Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici” . Già il 30 settembre scorso fonti governative avevano annunciato la liberazione del Premio Nobel per la Pace, il rilascio è previsto il giorno della scadenza dei termini della sua detenzione, il 13 novembre. Una decisione che gli Stati Uniti non hanno esitato a definire “una vile manipolazione”.

Il presidente Barack Obama ha dichiarato di temere brogli elettorali nel Paese delle Pagode accusando il regime birmano di essere “avido, paranoico e in bancarotta”.

Ancora non sono trapelate notizie in merito ai risultati del voto di domenica ma sono in molti a temere una manipolazione del risultato elettorale a favore del partito pro-regime. L’Usdp, il partito della solidarietà e lo sviluppo, è l’unico infatti a contare un candidato per ogni circoscrizione della Birmania, oltre 1150 al cospetto dei 163 del partito dell’opposizione. “A molti è stato intimato dagli ufficiali locali di votare per l’USPD altrimenti ci saranno ritorsioni contro di loro e le loro famiglie”- lo ha scritto a the Guardian l’ambasciatore britannico Andrew Heyn.

Nel Paese delle Pagode in cui la giunta militare vieta ad osservatori internazionali e giornalisti di assistere alle elezioni, dove ogni candidatura costa 500 dollari, pari al reddito annuale di una famiglia benestante, la prospettiva di democrazia è ancora lontana.

tratto da il Levante

Ennio Morricone chiude il Napoli Film Festival accolto dalla standing ovation di oltre 500 persone tra cinefili e musicofili. Il Maestro, autore di indimenticabili colonne sonore, ripercorre la sua carriera con alcune sequenze dei film più celebri proiettate nell’Auditorium di Castel Sant’Elmo e accompagnate dalle domande del giornalista e critico Antonio Monda.

“Sergio Leone ha capito che tra musica e cinema c’è una relazione fortissima. Ha capito quanto sia importante non solo lo spazio lasciato alla musica ma anche la possibilità di ascoltarlo. Perché a volte lo spazio lasciato alla musica si mescola con altri suoni, i cavalli che corrono, il treno, ecc. Quando parlo di queste cose, io le riassumo con EST, che sta per Energia, Spazio, nel senso di spazialità e Tempo, cioè la sua durata” . Il compositore romano, premio Oscar alla carriera nel 2007, descrive così la sequenza de Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone, regista con cui ha collaborato fino al suo ultimo film C’era una volta in America.

“Stasera dico una cosa che non ho mai detto - continua dopo la sequenza dal film del 1969 diHenri VerneuilIl Clan dei Siciliani in questo pezzo c’è il nome di Bach formato da 4 lettere, in musica Bach vuol dire SI bemolle, LA naturale, DO naturale e SI naturale. Il tema è sempre la ripetizione del nome di Bach – dopo un applauso prosegue ironicamente - lo so che a voi non importa nulla di tutto questo ma l’importante è che abbia avuto un risultato”.

Tra i vari spezzoni proiettati e discussi figura la meravigliosa scena finale di Nuovo Cinema Paradiso del 1988, di Giuseppe Tornatore e definita da Morricone “straordinaria e geniale”. “Penso spesso che avrei potuto dare di più ma ho la sensazione che è il cinema a non volere questo di più da me – parlando del suo rapporto con il cinema, spiega - il cinema non lascia al compositore libertà, ha bisogno di suoni immediati, che non richiedano ulteriori pensieri”.

Nell’agenda di Ennio Morricone sono in programma due concerti all’auditorium Parco della Musica di Roma il 16 e il 17 giugno e un ritorno all’Arena di Verona l’11 settembre.

Grazia Di Leo

tratto da il Levante

Naoto Kan è stato eletto Primo Ministro giapponese poche ore dopo la nomina a capo del Partito Democratico del Giappone. E’ il successore diYukio Hatoyama il quale a meno di un anno dalle elezioni dell’agosto 2009, dopo neanche nove mesi in carica, il due giugno scorso ha annunciato le dimissioni. Il fattore determinante delle dimissioni è stato la sua mancata promessa di smantellare la base militare statunitense di Futenma entro il 31 maggio. A minare ulteriormente i consensi a favore dell’ex-premier e del suo partito sono stati il fallito tentativo di sovvertire la rigidità del sistema politico giapponese e la mancata realizzazione dei “5 impegni” presentati nel manifesto elettorale del Partito Democratico del Giappone. Le aspettative degli elettori sono state oltremodo deluse dagli scandali finanziari dovuti ai finanziamenti occulti al partito che hanno coinvolto OzawaHatoyama.

L’impopolarità dell’ex-premier negli ultimi mesi aveva raggiunto livelli altissimi, basti pensare che il suo indice di gradimento , pari al 70% nel mese di settembre , era recentemente precipitato al 17%. Hatoyama, il quarto premier del Sol Levante a interrompere il mandato in meno di 4 anni, in un discorso tenuto dinanzi  ai principali esponenti del Partito Democratico, ha spiegato le ragioni delle sue dimissioni, dallo scontento dei suoi elettori circa il “dossier Okinawa”  agli scandali finanziari, aggiungendo di aver voluto mantenere la base militare statunitense per garantire “pace e sicurezza in Asia Orientale”. Ha inoltre chiesto le dimissioni di Ichiro Ozawa, il Segretario Generale ritenuto l’uomo più influente del Partito, noto come lo “shogun nell’ombra“, “per dar vita ad un Partito Democratico nuovo e più limpido”.

Naoto Kan, ex-vice primo ministro e ministro delle finanze giapponesi, ha preso il posto di Hatoyama con l’obiettivo di riformare il sistema fiscale, aumentando le tasse sui consumi, garantire crescita economica e sicurezza sociale. Il nuovo premier, uno dei fondatori del Partito Democratico nel ’98 e ideatore dell’accordo  con Barack Obama circa lo spostamento della base militare di Okinawa, ha inoltre annunciato in un comunicato stampa di voler “continuare gli sforzi per ridurre il peso delle basi USA a Okinawa sulla linea dell’accordo raggiunto la scorsa settimana”.

Grazia Di Leo

Older Posts »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.