tratto da il Levante
Dopo aver innescato le più grandi proteste degli ultimi 20 anni in Mongolia Interna, la morte del pastore mongolo Mergen, investito e trascinato per 150 metri lo scorso 10 maggio da un camion che trasportava carbone guidato da un cinese di etnia han, fa ancora discutere. Oggetto in questione è questa volta la sentenza di condanna a morte emessa l’8 giugno dal tribunale popolare di Xilingol dopo appena sei ore di processo.
Inquinamento e massiccia immigrazione di cinesi di etnia han sono da tempo motivo di preoccupazione per i 4 milioni di cittadini Mongoli che di fronte alla morte del pastore Mergen, considerata come un sopruso dello stato cinese, è sfociata in proteste che hanno coinvolto migliaia di cittadini e studenti portando le autorità cinesi a dichiarare la Legge Marziale dal 27 maggio e a “scendere in campo per la risoluzione delle proteste in Mongolia Interna cercando di trovare un compromesso tra la difesa dell’ambiente e lo sviluppo economico” –come ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri Jiang Yu.
Lo scontento popolare era già diffuso da alcuni mesi, quando il governo di Pechino ha annunciato i nuovi progetti per lo sfruttamento del carbone di cui la regione è ricca. La Mongolia Interna rappresenta infatti un’area fondamentale per l’approvigionamento energetico della Repubblica Popolare Cinese, è sede dei principali impianti eolici e fotovoltaici del paese.
Enghebatu Togochog, direttore dell’ufficio informazioni per i diritti umani nella Mongolia meridionale, ha affermato che “si tratta delle più grandi proteste dal 1991”- aggiungendo che “ i conflitti tra pastori e minatori sono aumentati da quando le autorità hanno aperto diverse miniere nella prateria con l’obiettivo di fare della Mongolia Interna l’hub energetico del paese”.
di
Grazia Di Leo
